Nauman, L'esperienza del possibile

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« Mi vuoi dire, per favore, quale strada devo prendere per uscire di qui?»

« Dipende in gran parte da dove vuoi andare» rispose il Gatto.

« Non mi importa dove - » disse Alice.

« Allora non importa nemmeno quale strada prendi» replicò il Gatto.

« - purché io arrivi da qualche parte » aggiunse Alice

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio

 

« Una persona entra e vive in una stanza per un lungo periodo – anni o anche una vita. Una parete della stanza riflette la stanza ma dalla parte opposta. In questo modo la sinistra e la destra della stanza nell’immagine corrispondono a quelle della stanza vera.
Stando di fronte all’immagine, ci si vede nella stanza di spalle, in piedi di fronte al muro.
[…]
Dopo un certo periodo, il tempo nella stanza riflessa inizia a rallentare rispetto al tempo nella stanza reale finché dopo un numero di anni la persona non riconoscerà più il suo rapporto con l’immagine riflessa. ( Non si relazionerà più con la propria immagine riflessa o col ritardo del proprio tempo). »
Bruce Nauman 1969
da J. Kraynak, Please Pay Attention Please – Le parole di Bruce Nauman

  Le note sono gli indizi. Seguiamo le note. Un luogo è tale nella mente, pur non essendo al momento occupato da noi. Diventa spazio percorribile in rapporto alla nostra presenza. Distanze, vicinanze, possibilità, lo rendono ambiguo e allo stesso tempo fisicamente vissuto solo grazie a percorsi definiti, legati al nostro corpo, al nostro essere qui e non poter essere altrove. La stanza immaginata da Nauman in questo Untitled è uno spazio limitato, circoscritto, definito da pareti visibili. Ci si può confrontare con questo limite, e il soggetto è chiamato a farlo. Egli si deve inevitabilmente specchiare, senza esservi costretto, su una parete opaca, che non restituisce la sua immagine frontale, ma gli permette di osservare sé stesso come se fosse qualcun altro, con la differenza che la curiosità viene qui sostituita da una comprensibile inquietudine. Due pareti opposte, due corpi, uno frontale, reale, l’altro di spalle, sullo schermo, altrettanto reale, al quale però si ha accesso solo con il senso della vista. In questo luogo, che esclude per sua natura tutti gli altri, il soggetto rimane degli anni – forse una vita intera, specifica Nauman -, e soggiace dunque ai cambiamenti che questo incessante fluire di attimi vissuti senza agire comporta. Lentamente, ad un tempo già diversamente percepito, regolato solo dall’osservazione e vissuto in funzione di essa, si aggiunge un tempo altro, un’esistenza slegata da quella, già problematica, del soggetto. La proiezione non corrisponde più alla ripresa diretta, ma subisce un ritardo, ed esibisce un’immagine che non fa riferimento al momento presente. Al posto del soggetto vedremmo dunque ciò che eravamo, e non ciò che siamo, e l’ultimo tassello completerebbe una composizione che vive di sovrapposizioni e separazioni, di immagini e età diverse, e che trova nel luogo, sempre uguale, la sua matrice. La stanza è l’opera, ed essa diventa uno spazio delimitato, normativo, un luogo che impone un’esperienza.
Ma cos’è lo spazio?
Differenziamo lo spazio psicologico, relativo, legato alla percezione immediata, e lo spazio ideale assoluto, matematico, che non si conforma all’intuizione, e, tuttavia, esiste come entità omogenea e continua nella nostra mente.
La nostra esperienza della realtà non ci mette generalmente nelle condizioni di soffrire di questa differenza. Entrambe le definizioni convivono pacatamente finché l’una non entra in contraddizione con l’altra, che sappiamo per altro non essere rispondente alla prima. Lo spazio euclideo non corrisponde allo spazio reale, è una forma di rappresentazione, ma non entra in conflitto con esso fintanto che i nostri percorsi si attuano in uno spazio che non propone una evidente discontinuità.
Green Light Corridor realizza il proposito di perpetuare la ricerca sull’azione/reazione rigidamente controllata e aperta a una molteplicità di effetti sul piano psicologico, in un rinnovato gioco di mancata rispondenza tra una coscienza ordinaria del rapporto fra corpo e ambiente e lo slittamento che si verifica per effetto delle qualità oggettive dell’opera in sé.
La larghezza del corridoio non appare commisurata all’altezza: il passaggio è molto stretto e le luci al neon generano un’impressione opprimente, illuminando il percorso in modo da enfatizzare il sistema di proporzioni in base al quale è stato costruito.

J. Butterfeld : Mi è piaciuto molto Green Light Corridor, anche se penso che sia un
lavoro un po’ inquietante. Il modo in cui era strutturato costringeva i
partecipanti a partecipare a modo tuo. Fa un po’ paura.

B. Nauman: Sì, però secondo me è un lavoro anche molto calmo, si tratta di
restare al centro, per chi arriva fin lì. Hai visto la stanza galleggiante
[ Floating Room: Life from Inside, 1972 ] che ho fatto da Leo Castelli?
In quel caso sembrava che la gente potesse avere un’esperienza molto
simile alla mia o niente. Sospetto che o non gli capitò niente o che si
bloccarono, perché in un certo senso anche quella era una cosa
abbastanza spaventosa. Credo che c’entri con la paura, ma anche con
il modo in cui siamo abituati a controllare lo spazio, o il modo in cui
lo riempiamo. »

Floating Room (1973) è una struttura composta da quattro pareti che formano una stanza con una porta aperta da una parte sospesa dal livello del pavimento. Anche in questo caso la luce fluorescente contribuisce pienamente alla costruzione dell’ambiente, perché riempie lo spazio circoscritto dalle pareti, mentre, come ulteriore accentuazione dell’elemento luminoso, un raggio più intenso arriva dal fondo. La stanza così costruita si pone in uno spazio, per contrasto, non illuminato, e l’interno assume nuova importanza nei confronti del contesto immerso nell’oscurità nel quale fisicamente ritaglia il suo proprio luogo. Il testo che si riferisce a Floating Room si concentra sulla nozione di centro: in questo particolare ambiente, spogliato della possibilità di rispondere ai consueti parametri, il soggetto, galleggiando, privato quindi della coscienza della sua posizione, deve cercare di

« andare al centro di qualche luogo […] spostare il nostro centro (un centro misurabile ) fino a coincidere con quel punto. […]»

Si chiarisce quindi il senso dell’affermazione di Nauman circa la difficoltà di far fronte ad un nuovo modo di riempire lo spazio, di disporre di esso. E questa difficoltà ha che fare, inevitabilmente, con l’angoscia che deriva dal trovarsi in presenza di una situazione non riconducibile ad un rischio che sia, come nel caso della sensazione che chiamiamo paura, perfettamente delineabile.
Le installazioni così concepite costringono il soggetto, intrappolato in una situazione che genera indubbia confusione, a scegliere fra azione e inazione, fare e guardare, far fronte, reagire, o rimanere immobili.
Corridor Installation with mirror – San Jose Installation ( Double Wedge Corridor with mirror ), del 1970, dimostra come lo specchio possa prendere il posto dell’immagine videoregistrata e proiettata, determinando del pari il confronto tra lo spettatore – attore e il proprio doppio riflesso, sia pure con una valenza completamente diversa. Attraversando il corridoio a V, il soggetto vede un percorso che sembra essere costituito da due passaggi aperti all’ estremità opposta. Avvicinandosi all’apice della V, tuttavia, risulta evidente che le aperture non sono che un’illusione. In questo caso però Nauman mette lo spettatore nella condizione di vedere la struttura e scoprirne il “trucco”, e il corpo dell’installazione, messo a nudo all’interno dello spazio espositivo, incoraggia la partecipazione dell’ osservatore rendendolo perfomer.
Le installazioni di Nauman dimostrano quanto fragile sia il sistema di certezze generato dalla nostra percezione e dalle nostre aspettative.
Mapping the Studio 1 ( Fat chance John Cage ) , esposta al Dia Art Center di New York nel 2002 e i cui filmati sono stati realizzati nel 2000, costituisce insieme a Mapping the Studio II with color shift, flip, flop & flip/flop ( Fat Chance John Cage ) All Action Edit, del 2001, e Office Edit II con cambi di colore, flip, flop & flip/flop ( Fat Chance John Cage ) Mapping the Studio, del 2002, un gruppo di tre opere distinte ma collegate, che consistono in una serie di proiezioni in DVD sulle pareti di una stanza.
L’ idea di riprendere l’interno dello studio da sette punti di vista, e fissare così i casuali movimenti di un gatto e dei topi che lo dividono con l’artista, si accompagna al ricordo di un lavoro di Daniel Spoerri. In una intervista con Michael Auping, Nauman afferma di aver pensato a An Anedocted Topography of Chance, del 1966. La copresenza di luogo e possibilità si duplica nell’esito espositivo, visto che nella prima versione, Mapping the Studio I, le immagini scorrono in tempo reale per quasi sei ore, e dunque l’”incontro” fra osservatore potenziale e gatto, topo, e falena è assolutamente casuale.
L’ installazione Mapping the Studio II alla Tate Modern occupa uno spazio di dimensioni simili a quelle dello studio reale di Nauman. Le immagini proiettate misurano 5 x 2,81 metri. I colori variano gradualmente ad intervalli di 28 minuti. Ogni 15 minuti, l’immagine si muove da sinistra a destra o da destra a sinistra, oppure si capovolge. Talvolta la proiezione compie una vera e propria capriola ( flip/flop), ruotando contemporaneamente da sinistra a destra e da sopra a sotto, o viceversa.
Ogni ciclo dura 5 ore e 45 minuti. Ad ogni ripresa corrisponde un audio diverso e il suono deriva dalla sovrapposizione – composizione – di tracce registrate corrispondenti a tempi diversi. L’ ambiente così caratterizzato avvolge l’osservatore, che si muove, osserva e ascolta questa riproduzione mediata di un particolare luogo in un particolare intervallo di tempo. Lo sguardo dello spettatore si sovrappone a quello dell’artista, attraverso il filtro dell’occhio della videocamera, diventando così uno sguardo attivo, coinvolto tuttavia nella passività delle possibilità già esplorate di una realtà accaduta.
Le installazioni di Bruce Nauman si inseriscono necessariamente nel contesto dello spazio reale, ma delimitano un luogo sospeso, nel quale le relazioni tra immaginato e reale, aspettato e inaspettato, si caricano di risposte complesse, che rispondono alle sollecitazioni degli ambienti.
Il senso di pericolo collegato alla stessa esistenza assume una particolare sfumatura nella sostituzione del termine spaesamento a quello di perturbante. L’opera d’arte che evade lo statuto verticale, l’essere “appesa” su una parete bianca o inquadrata in un contesto espositivo che non metta in pericolo la netta demarcazione tra lo spazio che essa deve occupare e il luogo assegnato all’osservatore, costretto a girarle intorno; l’opera che deve essere attraversata per potersi definire compiuta e che reagisce allo spettatore come quest’ultimo reagisce ad essa; l’opera che ripropone ed infrange la dicotomia dentro/fuori in un presente che rimane tale, si configura di per sé stessa come agita da questa condizione di spaesamento sempre possibile, avvertita attraverso le pieghe sottili del tessuto del reale.

Bibliografia
Lewis Carroll, Alice nel Paese delle Meraviglie
J. Kraynak, Please Pay Attention Please –
Le parole di Bruce Nauman,
C. Bishop, Installation Art, a critical history
Bruce Nauman: Theaters of Experience

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